martedì 9 dicembre 2008

Acqua

martedì 9 dicembre 2008

E come acqua
Essi attraversarono le rocce

Poiché il loro sogno era oltre esse

E né le punte aguzze
Né le durezza della roccia
Poté fermare il loro cammino

Poiché essi erano acqua
E come acqua
Non potevano essere feriti

E come acqua
Erosero le rocce
Le avvolsero nel loro abbraccio

E dall’unione dell’acqua con la roccia
Nacque un albero

domenica 12 ottobre 2008

Vocabolario della vita quotidiana: merda

domenica 12 ottobre 2008

Noi siamo praticamente insignificanti, noi tutti. La nostra esistenza è nulla in confronto al tutto. L’universo è infinito, noi siamo fondamentalmente nulla. Siamo merda, nulla più. Degli escrementi buttati nel mondo dal culo del tutto creatore di vita e di morte. E faremmo bene a cambiare idea su ciò che noi con sommo disprezzo chiamiamo merda.
Come diceva Heidegger, noi siamo in uno stato di “essere gettato” nel mondo, poiché siamo qui senza nostra scelta. Ci troviamo buttati qui senza saperne l’origine.
Questa è una consapevolezza basilare se si vuole vivere in armonia con il resto del mondo. Poiché noi in questo mondo non siamo altro che merda e da questa infima condizione non possiamo certo pretendere che il mondo, in qualunque forma si incarni, che sia uomo o donna, vecchio o bambino, pesce o betulla, ci dia qualcosa in cambio.
Difatti, e tutti noi ne abbiamo prova ogni giorno, veniamo sputati e rifiutati dal mondo per qualche ragione mentre pretendevamo da esso qualcosa che, almeno così scioccamente pensavamo, ci spettava di diritto.
Come re sul trono, con un mantello d’ermellino, sbandierando lo scettro e starnazzando come galline, ordiniamo agli altri qualche cosa che è nei nostri desideri. E sempre ci aspettiamo che questa cosa così preziosa ci venga data. Ma non siamo dei re, il mondo è più forte e più grande di noi, e anche i veri re sono delle merde in confronto alla vastità dell’universo, che ci può salvare o uccidere in un momento. E l’umanità è stata molto costante e prolifica nella creazione della merda, più che di altre cose in cui invece è stata molto più altalenante come rendimento creativo.
E anche nella sofferenza siamo totalmente insignificanti. Spesso ciò che ci rende tristi o arrabbiati non è nulla in confronto alla sofferenza o alla rabbia che ci sono nel mondo. Quando soffriamo per sciocchezze siamo egoisti, egocentrici, presuntuosi e ipocriti.
Puzziamo e non ce ne accorgiamo. Indichiamo sempre gli altri come colpevoli. In realtà siamo tutti degli sporchi ipocriti. D’altronde madre natura ci fece una mano con cinque dita per indicare, ma noi, povere merde, non ci accorgiamo che mentre con l’indice indichiamo gli altri, ben tre delle nostre dita, nascoste dal palmo, indicano noi stessi. L’uomo spesso non sa guardare oltre, si ferma molto prima. Non riesce a guardarsi dentro. Neanche nel senso più letterale del termine. Altrimenti si accorgerebbe subito che anche dentro di lui c’è un sacco di merda.
Come possiamo vivere nel mondo se neghiamo l’esistenza delle cose? Vogliamo negare l’esistenza della merda? La vogliamo nascondere nell’armadio? Bene, facciamolo. Ma la merda esiste, non dipende da noi la sua esistenza. Se continuiamo a nascondere la merda nell’armadio, prima o poi lo spazio finirà e l’armadio esploderà sommergendoci tutti quanti della nostra stessa merda.
Che sia anche l’ora che cominciamo ad apprezzarci più gli uni con gli altri, consapevoli che tutti quanti siamo nella stessa condizione fecale. Citerò De Andrè, ma non in una canzone, per una volta: “Con l’andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi che agiscono tante volte in modo indipendente dalla loro volontà. Allora finisci per trovare poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Se estendi questo tipo di indulgenza anche a te stesso riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il suo prossimo.” Non mi sorprende che sia colui che scrisse “dal letame nascono i fior” a dire queste cose.
Quindi, miei cari poveri esseri umani, categoria in cui m’includo con assoluto e sincero entusiasmo, non disprezzate la merda, non nascondetela, siate sinceri. Quando nascondiamo la merda nascondiamo noi stessi. Bisogna arrivare persino ad amarla, perché la merda siamo noi. Chi non ama la merda non ama se stesso.

martedì 7 ottobre 2008

La dimensione della mente, il tempo: appendice

martedì 7 ottobre 2008

E per concludere, temporaneamente, il discorso, una citazione che taglia la testa al toro:

Bart Simpson: "Dad? What is the mind? Is it just a system of impulses or is it something tangible?"
Homer Simpson: "Relaaax! What is mind? No matter... What is matter? Nevermind!"

lunedì 6 ottobre 2008

La dimensione della mente, il tempo: parte III. Il Demiurgo

lunedì 6 ottobre 2008

(segue...)

Bisogna chiarire ora cosa si intende per tempo. Esso è una dimensione della realtà umana come lo spazio fisico. Sia lo spazio che il tempo, come diceva Kant, sono delle “forme a priori della sensibilità”. Lo spazio, per il filosofo, era il senso esterno, il tempo il senso interno. Per me non è esattamente così. Lo spazio è la categoria che utilizziamo per muoverci nel mondo fisico. Il tempo invece è la categoria che utilizziamo per muoverci nel mondo dei significati, delle interpretazioni. Un mondo delle idee platonico, grosso modo.
Le idee e i significati delle nostre realtà, così come le nostre autobiografie e narrazioni di cui abbiamo parlato prima, sono nel tempo, attraverso la quale le nostre menti si muovono, mentre il corpo si muove nello spazio.
Ripeto, non voglio negare solipsisticamente l'idea che esista un mondo al di fuori di noi, come se tutto fosse un'illusione. Io credo che esista questo mondo e che il tempo e lo spazio siano il nostro modo prettamente umano di percepirlo.
Un solipsista negherebbe l'esistenza di qualunque cosa tranne della sua mente che gli da l'illusione di percepire cose al di fuori di lui.
Per me un solipsista è un megalomane. Sono d'accordo con Popper quando dice che è praticamente impossibile criticare i solipsisti, perché qualunque cosa gli si dicesse, essi potrebbero rispondere che è un parto della loro mente. Ma se tutto è parto della nostra mente, questo vuol dire che ci siamo creati da soli? Io non ho il ricordo di essermi creato da solo.
E se non ci siamo creati da soli, allora chi ci ha creato? Un demonio ci ha dato vita per il semplice gusto di farci vivere nell'illusione, come diceva Cartesio? A questo punto però, se ipotizziamo l'esistenza di questo demonio, dobbiamo accettare anche l'idea che esista qualcosa al di fuori dalla nostra mente. Cosa che andrebbe in contraddizione con il solipsismo.
Non so se questi argomenti basterebbero a convincere un solipsista. D'altra parte non è mio obiettivo parlare di questo, che mi sembra più un gioco di logica che non qualcosa di veramente sostanzioso. Quindi torniamo all'argomento principale.
La connessione tra spazio e tempo sarà quello che chiamiamo e percepiamo come realtà. Se ad esempio fantastichiamo di diventare dei grandi attori, questa idea che è in prospettiva, nel futuro, non verrà considerata realtà finché non sarà presente nello spazio. Questo non vuol dire che quell’idea non esista. In effetti l’espressione “sono solo fantasticherie” non mi piace molto.
Ora, il mio, apparentemente, è un dualismo radicale che rende mente e corpo due cose distinte e separate. E che per di più si muovono in mondi diversi.
Ho agito così per creare una nuova possibile prospettiva al problema mente/corpo, una domanda, un’ipotesi che possa portare verso nuove direzioni. In fin dei conti tutto il mio scrivere è un’immensa domanda.
Ma lo spazio e il tempo sono inscindibili, uniti, e necessari l’uno all’altro. Non c’è spazio senza tempo né tempo senza spazio. Le due cose scisse sono solo dei concetti astratti che non hanno riscontro nella nostra realtà quotidiana in modo così purificato e cristallizzato.
Noi dunque viviamo nello spaziotempo. Non c’è un organo privilegiato che connette la mente al corpo, o perlomeno non mi sembra sensato dare questo privilegio a qualsiasi parte anatomica. Tutto il nostro corpo è connesso alla mente e influisce su di essa.
Come possiamo constatare nella nostra esperienza quotidiana, anche un piccolo dolore al mignolo può influenzare i nostri pensieri, distrarci. Quando invece stiamo bene fisicamente anche i nostri pensieri ne traggono beneficio. Mens sana in corpore sano. E a pensarci bene non sto dicendo nulla che non sia stato detto già nel mondo classico.
Ci è difficile comprendere questa unità di tempo e spazio, di mente e corpo. Perché noi esseri umani comprendiamo con immediatezza le differenze e i confini tra le cose. Pensiamo per categorie. Ci è difficile comprendere l’unità, soprattutto se così vasta e totalizzante.
Eppure non ci sarebbe nulla di più facile che concepire lo spazio e il tempo come due cose unite, visto che non facciamo che esperire entrambe queste dimensioni contemporaneamente ed in modo indistinto ogni giorno.
Tornando al tempo, distinto dallo spazio per convenzione, ho trovato interessanti alcuni pensieri di S. Agostino, nelle “Confessioni”: egli afferma che il tempo è “distensione dell’animo” ed è percepito dall’uomo che, pur vivendo nel presente, è cosciente sia del passato che del futuro.
E’ forse questo il ritorno della psicologia al suo nome, come scienza dello spirito?
Il ritorno comunque non sarebbe a quello dell’anima cristiana, ma ancora più antico, a quello di psiche dei greci, di cui l’anima cristiana è un concetto derivato e trasformato.
D’altronde, quello che appartiene alla nostra sensibilità ci è dato dai nostri cinque sensi. Questi sensi nelle altre specie che vivono sulla terra cambiano di proprietà, per esempio sappiamo che i cani non vedono i colori come li vediamo noi. Inoltre i nostri sensi percepiscono gli stimoli all’interno di un certo intervallo: se un suono e troppo acuto o troppo grave non lo percepiamo, e così non vediamo nulla se c’è troppa luce o troppo buio. Insomma siamo limitati, e questo mi spinge a pensare che, potenzialmente potrebbero esistere altre vie per la sensibilità.
Perché non pensare di avere una via della sensibilità che ci consente di percepire il tempo ed i significati? Solo perché non vediamo sul nostro corpo una specie di “radar-cattura-ricordi”, al pari delle orecchie e del naso?
A questo punto ci può essere più semplice pensare alla mente come quella via della sensibilità che percepisce il tempo. Questa idea di mente non si discosta dall’idea di spirito, di psiche del mondo classico.
Ma, come dicevamo prima, viviamo in un tutt’uno di spazio e tempo, che sono inscindibili. Noi stessi esseri umani non siamo scindibili dal tempo e dallo spazio. Non possiamo essere divisi dal mondo. Siamo un tutt’uno con esso e non potremmo vivere senza quello che è altro da noi.
In questa unione naturale, il tempo è anima mundi e sposa dello spazio.
E io non sono altro che un semplice viaggiatore del tempo, al pari di altri uomini, che vaga tra le pieghe della memoria e scrive ciò che riesce a comprendere.

giovedì 18 settembre 2008

La dimensione della mente, il tempo: parte II. La narrazione e la mente tra passato, presente e futuro

giovedì 18 settembre 2008

(segue...)

Un problema è formato da una domanda e da una risposta. Ma se la domanda non serve alla risposta che vogliamo, ci domanderemo delle cose che risolveranno il problema sbagliato.
L’antroposofia, che si autodefinisce una scienza spirituale e che quindi non c’entra nulla ne con la fisica e la chimica, ma neanche con la psicologia odierna, dice che viviamo costantemente nel soprasensibile:

“Viviamo continuamente immersi nel sovrasensibile, avendo in questo, inconsciamente, il nostro massimo valore. Non lo sappiamo semplicemente perché non abbiamo una cultura in grado di dare un nome corretto alle cose che pur sperimentiamo.
Ci sono osservazioni molto semplici che ognuno può compiere su sé stesso e che lo porterebbero all’inizio di quella strada di conoscenza che porta a poter affermare quanto detto. Le più semplici e ripetibili iniziano con la osservazione della nostra vita di pensiero.

Esperimento: Ci si metta seduti e comodi e si evochi di fronte alla propria vista interiore l’immagine di qualcosa di molto pesante; ad esempio un automobile o un martello. Già mettendoci in questa posizione possiamo fare le osservazioni più elementari: ci si chieda quale è la natura dell’oggetto/immagine che così osserviamo e quale sia l’organo di percezione che utilizziamo per vederlo.

Sulla natura dell’oggetto possiamo fare le seguenti osservazioni:
ha aspetto e forma sensibile/ materiale, però:
non è sottoposto alla forza di gravità, non cade a meno che noi non lo immaginiamo cadere; e sottoposto unicamente alla forza della nostra volontà e immaginazione, le quali per altro lo possono trasformare nel colore e nella forma;
non è sottomesso alla legge della incompenetrabilità dei corpi: possiamo benissimo immaginare due automobili una dentro l’altra o due martelli che occupano lo stesso volume di spazio

Conclusione: l’oggetto osservato non è fatto di molecole e atomi; si presenta inequivocabilmente come qualcosa dall’aspetto sensibile/materiale ma non appartiene al dominio della materia.”

Questo è un pezzo tratto da una rivista di antroposofia. Poi lo scrittore va avanti dicendo che questo oggetto è percepito da un organo di percezione che “si colloca in corrispondenza della ghiandola pituitaria, fra le sopracciglia ed il centro del capo.”
Su questa conclusione non posso essere d’accordo perché è un passo non dimostrato. Perché è la ghiandola pituitaria? L’antroposofia sembra soprassedere su questo problema.
Sulla parte citata tra virgolette sono invece d’accordo: i nostri pensieri non hanno natura materiale, non sono pieni di materia, ma di significato.
Poiché non sono materiali, a mio modo di vedere, chiedersi dove sono i significati non ha senso. Se non sono materiali, dove possono essere?
E’ molto semplice: non hanno luogo e non ha senso chiedersi dove possa essere un pensiero, perché esso non è nella nostra testa. Non è tra le ossa del nostro cranio. Le categorie di spazio e di luogo non ci servono, non c’entrano nulla con il problema “mente” e dei punti fisici a cui far riferimento non ci sono. Non corrisponde ne ad un neurone ne ad un insieme di neuroni. Se non ha un luogo a cui far riferimento non ha senso neanche dire che un’idea sia nella testa di una persona o di un’altra.
La mente può avere altre origini non fisiche. Forse uno dei problemi del dualismo mente/corpo è proprio questo. In qualche modo si è sempre cercato, implicitamente, di ridurre la mente al cervello (tra l’altro non mi risultano tentativi di riduzione in senso opposto).
Ma se i pensieri della cosiddetta mente non sono in un qualche luogo, non sono fisici, come può la mente, che è concepita come loro contenitore, essere nella testa di qualcuno?
Diamo per scontato che la mente sia nella nostra testa. Ma forse le categorie di spazio e luogo non c’entrano con la mente. Il problema mente/corpo finora per essere risolto è stato circoscritto nello spazio fisico. Più o meno inconsapevolmente in tutte le teorie viene dato per scontato che comunque la mente stia nel corpo, sebbene sia una cosa diversa.
Io propongo un’idea diversa: il mio io nello spazio è il mio corpo, il mio io nel tempo è la mente.
Il corpo agisce sullo spazio, la mente nel tempo. Mentre il corpo forma e modifica oggetti, la mente forma e modifica storie. L’io spaziale, ovvero il corpo, si muove nel mondo fisico attraverso i cinque sensi e lo modifica. L’io del tempo, la mente, si muove nel mondo temporale e lo modifica.
La nostra mente non può lavorare solo sui dati certi fornitici dai nostri sensi e dalla nostra percezione. Altrimenti vivere sarebbe solo un continuo hic et nunc, senza memoria ne prospettiva.

Amleto:
“…Che cos’è mai un uomo
se del suo tempo non sa far altr’uso
che per mangiare e dormire? Una bestia.
Colui che ci ha dotati di una mente
sì vasta da vedere il prima e il dopo,
non ci largì questa capacità,
ed il divino don della ragione,
perché ammuffisca senz’essere usata…”


La grande capacità della mente è quella di muoversi nel tempo, tra passato, presente e futuro. Lavora su dati che non sono presenti nel campo percettivo.
Il tempo è la dimensione del pensiero, dove si trovano i significati.
La memoria, infatti, con tutte le sue possibilità (retrospettiva, prospettiva, autobiografica, semantica, eccetera) è la capacità del pensiero umano forse più basilare di tutte. E’ che cos’è la memoria se non un continuo muoversi nel tempo, tra passato, presente e futuro?
La memoria è la base dei nostri processi mentali, da cui partono le nostre congetture e interpretazioni. In essa vi sono gli oggetti del nostro pensiero e anche i legami di significato tra di essi. Lavorando sulla memoria lavoriamo sui nostri pensieri.
Si cambia il significato delle storie, aggiungendo dettagli mai avvenuti, togliendone altri, modificandone altri ancora. La psicologia più volte ha infatti mostrato come le persone effettuino, per lo più inconsapevolmente, delle distorsioni cognitive nei ricordi, rendendoli coerenti con una storia che possa essere verosimile. Oppure dimentica dei fatti considerati irrilevanti o dannosi.
La mente agisce anche nel futuro: si costruisce un’aspettativa, un corso possibile di accadimenti. Attenzione, perché ciò che sto dicendo non vuol dire che possiamo prevedere il futuro. Questo non è un articolo sulla divinazione.
Quello che può fare la mente umana è crearsi un’aspettativa verosimile per il futuro, per essere, diciamo, più preparati. Inoltre nel futuro noi stessi potremo agire in favore dell’avvenimento di quella aspettativa. Sia che si tratti di qualcosa che desiderava, come l’aumento di stipendio, sia che si tratti di qualcosa che non desiderava: è il caso delle cosiddette “profezie che si autoavverano”. Frequente è il caso in cui qualcuno predice un suo possibile fallimento e, rattristandosi e scoraggiandosi, non fa più tutte le cose che gli permetterebbero di raggiungere il risultato o le fa comunque in modo poco motivato: ed ecco che la profezia si avvera, ma non perché siamo dei chiromanti. Anche qui questi processi mentali molto spesso sono inconsapevoli.
Infine il presente, momento di massimo contatto col mondo fisico. Anche qui i pensieri si muovono attraverso le stesse interpretazioni e regole narrative che usiamo per passato e futuro.
L’hic et nunc, il qui e ora, è un concetto di fondamentale importanza, perché è il momento di fusione totale tra la nostra mente ed il nostro corpo.
Come agisce la mente per interpretare ciò che arriva dai cinque sensi e dallo spazio fisico nel presente?
Mutuando l’idea di pensiero narrativo di Bruner, infatti, possiamo capire come il nostro presente vada oltre la semplice percezione attraverso i sensi.
Con i nostri pensieri noi interpretiamo il mondo e gli avvenimenti e gli diamo un significato. Uno schiaffo, a seconda dello stile narrativo, può essere interpretato in molti modi.
Il nostro modo di vivere dipenderà quindi dal nostro modo di raccontarci, dallo stile narrativo della nostra biografia. Non valgono in questo caso le leggi fisiche, ma le leggi ermeneutiche e narrative.
L’autobiografia avrà, dunque, una sequenza di eventi uniti da una coerenza interna che gli da un significato unico.
Noi siamo davvero come i personaggi principali del nostro romanzo. Un libro, in fin dei conti, è il modo di uno scrittore di interpretare una serie di eventi.
La narrazione è un vero e proprio dispositivo conoscitivo ed ermeneutico, che guida il nostro esperire e si muove nel tempo. Di conseguenza anche il comportamento, l’agire, sarà coerente con la narrazione. Le nostre azioni nell’hic et nunc saranno coerenti con l’immagine di noi stessi che è stata creata dalla narrazione.
Infatti la narrazione, oltre che processo conoscitivo ed ermeneutico, è anche un processo mentale che permette la continua costruzione e conoscenza di noi stessi. Noi siamo gli attori principali della storia, e saremo coerenti ad essa. La nostra storia, costruita da eventi legati da significati, ci costruisce, creando il sé.
Insomma, nella mente e nel tempo le regole sono diverse, altri i processi ed i legami tra le cose. Gli oggetti di pensiero sono legati agli altri mediante legami di significato, non di causa.
Come abbiamo visto nella prima parte, le cause non sono mai state sufficientemente adatte a spiegare la mente umana (vedi l’esempio del topo arrosto). Queste mie ipotesi sono un tentativo di mostrare una nuova via per la comprensione della mente e un’altra possibile prospettiva per la psicologia.

(continua...)

sabato 13 settembre 2008

La dimensione della mente, il tempo: parte I. Psicologie: cause e significati

sabato 13 settembre 2008

Il nostro modo di concepire e spiegare il mondo è simile a quello delle scienze naturali. Queste, infatti, spiegano i fenomeni mediante relazioni di causa-effetto. Se ci chiediamo il perché di un qualsiasi evento, andremo a cercarne la causa che lo ha provocato. Questo modo di pensare è chiamato meccanomorfismo, proprio perché gli eventi sono lungo una catena di eventi causa-effetto, come all’interno di una grande macchina che funziona con determinati meccanismi prestabiliti.
Perciò anche le nostre azioni hanno una causa, e risalendo di causa in causa si arriverà ad un Big Bang madre di tutte le cause. Le nostre azioni sono quindi il frutto di concatenazioni di eventi causali e tutto è spiegabile mediante questi nessi. Anche il mio scrivere qui è frutto di questo meccanismo, che è inevitabile e necessario.
Questo è il modo di pensare delle scienze classiche. Esiste un metodo scientifico ed obiettivo per spiegare la realtà. Questa realtà è ontologicamente esistente al di fuori di noi, ed è conoscibile mediante metodologie empiriche. Lo scienziato, utilizzando queste metodologie, dovrà tener conto solo dell’evidenza sensoriale.
Le scienze, così, hanno spiegato milioni di fenomeni, misurato distanze, costruito meccanismi, eccetera. E se ci sono eventi non ancora spiegati, questo vuol dire che le nostre metodologie e di studiarli non è ancora adeguato. Quindi la spiegazione c’è, ma ancora non siamo pronti a scoprirla.
Anche la scienza psicologica vuole spiegare i fenomeni mediante relazioni di causa-effetto. Questo però ha creato innumerevoli problemi alla psicologia, non solo metodologici, ma anche e soprattutto epistemologici. Cos’è la psicologia? Qual è il suo oggetto di studio? Cos’è la psiche? Cos’è la mente?
Misurare l’altezza con un metro è cosa piuttosto semplice. Voler misurare la tristezza, l’estroversione, l’intelligenza con metodi obbiettivi è cosa invece piuttosto ardua. Infatti in psicologia non abbiamo un metodo univoco per misurare queste caratteristiche. Ad esempio ci sono molti test d’intelligenza, che utilizzano domande differenti per poi giungere a differenti punteggi, non confrontabili fra loro. I punteggi delle scale d’intelligenza, così come quelli di altre scale che misurano altri aspetti psicologici, sono delle brutte copie mal utilizzate del metro per l’altezza. Poi il concetto d’intelligenza cambia da test a test. In questo caso infatti possiamo vedere come i problemi stiano proprio alla base. Non si è d’accordo neanche su cos’è l’intelligenza. Come possiamo misurarla allora, e pretendere di essere obiettivi?
Un altro caso importante è quello della psicologia clinica. Infatti essa è perlopiù basata su modelli medici, ovvero esistono delle malattie mentali che hanno un’eziologia, un decorso e un esito. Insomma anche qui si è all’interno di una visione meccanomorfica, con relazioni causa-effetto. Ma qui cominciano i guai, perché in effetti le cause non si riescono mai a trovare in maniera effettivamente obbiettiva e scientifica. Per esempio la causa della depressione può essere un lutto familiare. Ma non tutti i lutti familiari portano ad una depressione, che può derivare da molte altre circostanze, può non dipendere da un evento visibile. E così anche altri aspetti della psicologia clinica. Voglio dire che si vuole cercare un meccanismo causale simile a quello che porterebbe ad una malattia organica, come una febbre. Ma questo meccanismo sfugge, cambia da caso a caso, non si trovano delle cause certe e dei processi comuni.
Un altro problema della clinica è che spesso si cade nell’errore di fare delle tautologie: “come mai sei depresso? Perché sono triste”. “Perché sei triste? Perché sono depresso.” E’ molto semplificato ed ironizzato, ma a conti fatti quello tra virgole può essere un riassunto di quello che dice il maggiore manuale di psicodiagnosi, il DSM-IV.
Il problema quindi sta alla radice, è il dualismo mente-corpo, che non è stato mai risolto. Nell’ultimo secolo poi si è molto cercato di ridurre la mente al corpo, almeno per ora inutilmente.
Volendo competere con altre scienze dalle basi già consolidate, si sono usate teorie, termini e metodologie spesso fuorvianti e non adatti.
E’ evidente, dunque, che lo studio della psiche ha dei problemi d’identità, e per una scienza che si propone invece di risolverli è il colmo. Negli ultimi anni però diversi studiosi stanno cercando di dare alla psicologia delle basi epistemologiche solide, dirigendosi verso altre direzioni poco esplorate.
La nuova prospettiva epistemologica è quella propria delle scienze postmoderne. Il cambio di prospettiva è semplice ma decisivo, in quanto si afferma che per la psicologia le relazioni di causa e il meccanomorfismo non sono adatti a spiegare gli eventi psichici. Questi invece hanno un altro genere di relazione: la relazione di significato. Ciò vuol dire che questi eventi non sono riconducibili ad eventi fisici, ma hanno un’altra realtà a loro peculiare. Le persone agiscono in base al senso che si da alle cose, alle emozioni legate ad esse, ai ricordi, al contesto, eccetera.
Secondo l’interazionismo simbolico le persone agiscono verso le cose sulla base di un significato, e questo sorge dall’interazione sociale. Il significato quindi è sempre in continua creazione e modificazione. La fucina in cui prendono vita i significati è il confronto con l’alterità, con l’altro da sé, che avviene nell’interazione con il mondo che ci circonda. Attraverso l’interpretazione poi i significati vengono modificati.
La psicologia ha allora il compito di studiare i significati che guidano le azioni degli individui. Qui si vede come questa visione antropomorfica si opponga al determinismo meccanomorfico: le azioni degli individui non sono frutto di una serie di meccanismi di causa. La realtà fisica è diversa da quella simbolica. Vi offro un esempio che mi è stato fornito durante una lezione universitaria, molto calzante: entriamo in una cucina e sentiamo un profumo delizioso. Ne cerchiamo la fonte e quando la troviamo ci accorgiamo che è un topo arrostito. A questo punto ci passa completamente l’appetito. Eppure la realtà fisica è di un altro avviso, la nostra percezione olfattiva ci dice che quel topo ha un buon odore, e magari anche un buon sapore. Poi gli facciamo anche un’analisi approfondita e scopriamo che è pulito e commestibile. Perché non lo mangiamo? Perché quel topo, nella nostra società, corrisponde ad un significato ben lontano dalla parola commestibile e men che meno dalla parola appetitoso. Qui vediamo come il comportamento umano e la psicologia possano essere molto più facilmente spiegati mediante relazioni di significato tra idee, piuttosto che da meccanismi puramente fisici.
Non intendo assolutamente negare solipsisticamente l’idea di un mondo fisico e dire che tutto è un’illusione, non è mio obiettivo neanche occuparmi dell’esistenza di un mondo fisico. Quello che voglio mettere in evidenza è il fatto, esista o meno un mondo fisico, che viviamo muovendoci tra più dimensioni, tra cui quella fisica è solo una delle tante.

(continua...)
 
Design by Pocket